Associazione Culturale Aristocrazia Europea

giovedì 23 maggio 2013

Il Vallese Walser.

Il Vallese


 
Secondo Cesare (I secolo a.C.) la Valle del Rodano era abitata dai Nantuati, nel tratto inferiore, dai Veragri e dai Seduni nel tratto centrale, attorno a Sedunum (l’odierna Sion). Plinio, nel suo celebre inventario delle genti alpine, colloca nella parte superiore della valle i Viberi, considerandoli imparentati con i Leponti. Secondo quel che è scritto nel “Trofeo delle Alpi”, la più importante fonte epigrafa dell’antica storia alpina, al tempo di Augusto tutte queste tribù di origini celtiche risultavano assoggettate ai romani. Secondo studi toponomastici, solo quelle stanziate più a sud subirono una più forte romanizzazione, mentre la presenza romana si fa più rara risalendo il Rodano, dove appare più radicato il substrato celtico.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
La cristianizzazione del Vallese avviene già nel IV secolo: Teodulo, in una cronaca del V secolo, viene citato come il primo vescovo dell’allora capitale Octodurum. In quell’epoca alla dominazione romana succedette quella burgunda: nel 515, il principe burgundo Sigismondo, per celebrare il trionfo del cristianesimo sui culti ariani, fondò il Monastero di Saint-Maurice-d’Agaune, nel basso Vallese dotandolo di vasti possedimenti nella regione. Dopo che i Longobardi distrussero Octodurum, la sede episcopale fu trasferita a Sion. La prima citazione della Contea Vallese (Comitatus Vallisorum) risale all’epoca carolingia allorché, nel 839, venne assegnata a Lontario. Nel 999, Rodolfo III, re di Borgogna, concesse con prerogative sovrane ad Ugo, Vescovo di Sion, e ai suoi successori, la contea vallesana in tutta la sua estensione. Inizia così il lungo dominio dei Vescovi-Conti di Sion, alle dirette dipendenze della corona imperiale (immediatezza imperiale).
 
 
  
     Croce sul ponte di Noversch, 1540      Gressoney-Saint-Jean

Trovandosi spesso in balia di interessi egemonistici a sud da parte dei Savoia, a nord da parte degli Zähringen, i Vescovi di Sion trovarono un inaspettato, quanto provvidenziale aiuto da parte di quelli che verranno chiamati “i signori italiani del Vallese”.
La sconfitta di Legnano del 1167 aveva segnato il declino della piccola nobiltà campagnola lombarda che aveva commesso l’imprudenza di allearsi con Federico Barbarossa contro la Lega dei Comuni. La Pace di Costanza sancì poi definitivamente il primato dei comuni sulla nobiltà. Fu così che molti nobili lasciarono gli antichi feudi di pianura per adattarsi alle piccole signorie di montagna, i cui confini spesso non superavano quelli di una valle. Alcuni di loro offrirono al Vescovo di Sion il loro sostegno, in cambio di terre ed investiture feudali. Era costume, nelle signorie ecclesiastiche, che il Vescovo affidasse ai nobili, soprattutto nelle contrade periferiche, l’esercizio dei poteri temporali. Il Visdominato e il Maggiorascato erano i principali poteri concessi ereditariamente alla nobiltà; essi consistevano principalmente in alcune funzioni di governo, come la giustizia, le imposte e l’ordine pubblico.
In principio nel Vallese vi fu un unico Visdominio, ma a partire dal XIII secolo, la contea venne divisa in più “deseni”, ai quali il Vescovo aveva assegnato l’incarico di visdominio o di maggione ad altrettanti dinastie nobili. Il primo visdomino di origine italiana fu Jocelino all’inizio del XIII, quando ancora la sua autorità si estendeva all’intero Vallese; questi apparteneva probabilmente al casato dei signori di Aosta o dei Conti Castello. In seguito alla moltiplicazione dei visdomini e maggiori, e all’ereditarietà delle cariche, si creò nel Vallese un groviglio inestricabile di casate. Tra le principali famiglie ricordiamo gli Aosta, i Castello, i Rodio e gli Ornavasso.
Alla metà del XIII secolo compare nell’alto Vallese un’altra importante famiglia: i Biandrate. Essi furono protagonisti di una ascesa e di un declino altrettanto rapidi: il loro viaggio vallesano si concluse con il massacro sul ponte del Rodano, tra Briga e Nanters, una notte del novembre 1365. I signori italiani dominarono nel XIII – XIV secolo gran parte della contea episcopale dell’alto Vallese. Il desiderio di procurarsi nuovi redditi e di presidiare alpeggi e terre incolte diede loro l’impulso alla fondazione di insediamenti colonici in alta quota su entrambi i versanti della catena che divide il Vallese dalla Lombardia. E chi, meglio degli Alemanni del Goms, poteva proporsi per tali imprese? Forti delle tecniche di bonifica raggiunte in quel territorio aspro, trasmetteranno di valle in valle, di padre in figlio, il patrimonio di una civiltà di colonizzatori alpini: l’arte di aprire radure nel bosco e di utilizzarne il legname per costruire, di coltivare, di dissodare, strappare alla montagna pendii sassosi e trasformarli in pascoli, di scavare canali e gettare acquedotti per il recupero delle acque del disgelo in un clima secco e ventoso.

I Walser Alemanni.

Gli Alemanni


 
La colonizzazione di buona parte della regione nord alpina - le antiche regioni romane dell’Helvetia e della Retia -  viene attribuita soprattutto ad un particolare popolo: gli Alemanni.   Come la parola stessa suggerisce (Alle Mann = tutti uomini) si trattava di un “coacervo di tribù e di popoli compositi” (Agathias, storico greco).  Di loro la testimonianza più antica ci viene da Tacito che nel “De Germania” (98 d. C.) scrive:
“I Germani non abitano mai in borghi o città.  Le loro case non sono mai accostate l’une alle altre. Essi vivono appartati e diversi, dovunque li abbia attratti una sorgente, un campicello, un bosco.  Non edificano villaggi come i nostri, né compatti agglomerati di case.  Le loro costruzioni sono circondate da vasti spazi; forse per sicurezza contro il fuoco o forse perché non sanno fare altrimenti.  Non usano mattoni né tegole, ma legnami rozzi.  In stanze sottoterra, coperte di letame, si riparano dal grande freddo delle loro regioni e ripongono le biade.” “Sono incolti, ma di costumi sani.  I giovani cominciano tardi a metter barba e a generare. Praticano la monogamia e ritengono scellerato limitare il numero dei loro figli.  Più un vecchio vanta una famiglia numerosa, più è rispettato.  Valgono più tra loro i buoni costumi, che altrove le buone leggi.”  “Mangiano cose naturali, frutta selvatica, cacciagione fresca, latte rappreso.  Non usano condimenti nel cucinare i cibi.  Nella sete sono meno temperanti.  Facendoli ubriacare, sarà più facile vincerli con il vino che con le armi.”  “Non conoscono interessi, né usura.  Non hanno traffici né acquistano cose forestiere.  Coltivano estensivamente, procurandosi più terra di quanta non riescano poi a lavorare. Seminano ogni anno maggese nuovo.  Dividono l’anno in sole tre stagioni:  inverno, primavera ed estate.  L’autunno non ha, per loro, né nome né frutto alcuno.”   Tacito ne annota il fiero individualismo e la mancanza di ogni concetto di stato: le uniche decisioni che consideravano vincolanti, erano quelle prese dall’assemblea degli uomini.
Al tempo di Tacito e per tutti i primi secoli queste popolazioni si collocavano tra l’alto Reno e le sorgenti del Danubio.  A partire dal V – VI secolo, reperti archeologici mostrano una penetrazione più capillare a sud del Reno, tra il Lago di Costanza, Windonissa (Winddisch) e la catena alpina, al confine tra le zone d’influenza burgunda e comunque lontano dagli insediamenti romani.
All’inizio del IX secolo risultano abitati dagli Alemanni la Valle del Reno, sotto Coira, l’Alpenzell, il Toggenburg, Glarona, la regione dei laghi di Zurigo e di Lucerna fino alle pendici dei laghi di Thun e di Brienz e la Valle dell’Aar.  L’avanzata verso sud subì una battuta d’arresto di fronte alla poderosa catena alpina ed alle terrificanti gole dell’Aar. Dal IX secolo, il miglioramento della situazione climatica, con il  conseguente ritiro dei fronti del ghiacciaio dell’Hasli da una parte, ed il perfezionamento di tecniche per mezzo delle quali superare strapiombi e sbarramenti rocciosi dall’altra, hanno aiutato i coloni alemanni a superare la “Montagna del Grimsel” e a scendere a sud, nell’ampia valle verdeggiante lasciata libera dal ghiacciaio del Rodano.   Il Goms, appare geograficamente una conca (goms significa appunto conca) quasi pianeggiante alla testata della valle bagnata dal Rodano. Reperti archeologici dimostrano che essa fu già abitata saltuariamente fin dall’età del ferro, così come, più tardi, fu sfruttata come pascolo estivo dalle tribù latine insediate più a valle.  Gli alemanni fecero di essa la più antica ed importante colonia agricola dell’alta montagna. Crearono nel Goms un laboratorio in cui sperimentare nuove tecnologie e nuove colture:  abbattere il bosco, dissodare, irrigare, costruire baite, strade, ponti. Inventarono e perfezionarono un bagaglio culturale e tecnologico tale che ben presto la colonia diventò prosperosa e numerosa. Così,  una nuova generazione di coloni si mosse per la conquista di altre valli e di pascoli più o meno sconosciuti; della loro culla, essi porteranno più tardi il nome: Walser (sinonimo di Walliser), ossia abitanti del Vallese, contea della quale il Goms faceva parte.

La colonizzazione walser.

La Colonizzazione


Il fattore "economia"
 
Tra il 1000 e la metà del XIV secolo l’incremento demografico fu così importante da mettere in crisi l’economia europea: le risorse economiche e sociali nonché la tecnologia del tempo si rivelavano sempre più inadeguate.  Gli elementi della natura dominavano interamente le energie dei ceti rurali, costretti da secoli di servitù della gleba ed in balia degli eventi politici, militari ed economici.    Solo le forze dinamiche che si stavano delineando in quel contesto, ed in primo luogo i monasteri, riuscirono a farsi promotrici della colonizzazione, dando vita al dissodamento ed alla bonifica di estesissimi territori dell’Europa centro-orientale, situati oltre i confini dell’impero germanico e ancora coperti di boschi e paludi. 
Nel sud dell’Europa, tuttavia, non si trattava d’impadronirsi di ampi terreni pianeggianti e fertili, bensì di occupare quelle ultime aree ancora spopolate che potevano offrire all’uomo possibilità di vita: i più alti fondovalle e i gradini ed i pendii delle regioni più elevate, al limite delle capacità di resistenza dell’uomo.  Occorreva ridurre la montagna a coltura e sfruttarne ogni angolo, fino agli ultimi più alti terrazzi delle Alpi, sopra le gole dei torrenti.
Era però necessario garantire a quei contadini disposti ad affrontare un compito assai arduo, uno status giuridico favorevole, la liberazione dalla condizione servile ed il possesso perpetuo per sé e per i propri figli delle terre messe a coltura.  Nacque così il “diritto dei coloni” che permise quello che G. Duby definì  << Il più spettacolare e decisivo evento economico>> del basso medioevo.  Il contratto di Utrecht (1106) è la più antica applicazione del diritto dei coloni di cui è rimasta traccia scritta.  Esso fu stipulato tra l’arcivescovo Friedrich di Amburgo Brema ed i capi di una compagnia di contadini olandesi particolarmente esperti nel bonificare il suolo e proteggerlo, con l’innalzamento di dighe, dalle onde del mare. 
Nelle Alpi, un territorio aspro e incolto per eccellenza, esempi di applicazione del diritto dei coloni sono presenti in tutta l’ampiezza della catena, dal Delfinato al Tirolo, ma il caso di gran lunga più interessante resta in tutta la regione alpina, quello dei Walser, non fosse altro per le sue proporzioni e per l’estrema altitudine degli insediamenti.
Come nel resto d’Europa, furono i monasteri a scrivere le prime pagine della presenza umana sulle pendici delle grandi catene montuose. Da secoli essi andavano arricchendosi di possessi sempre più ampi nel cuore delle Alpi. Erano spesso donazioni che, a partire dal X secolo, le dinastie laiche offrivano ai monasteri cercando di guadagnare qualche merito per la vita eterna, ma anche di accrescere il patrimonio di fondazioni religiose e abbazie a cui erano legate da complessi rapporti politici. Si trattava di terre periferiche, pascoli scarsamente sfruttati, all’estremo limite dei grandi feudi; in questo modo i Signori potevano salvaguardare l’integrità dei fondovalle, più redditizi. E chi meglio dei monaci poteva sfidare le antiche superstizioni e scacciare dai ghiacciai e dagli anfratti le potenze malefiche che le infestavano?
Nel VII secolo, Gallo, un discepolo di San Colombano, venne dall’Irlanda per vivere in una foresta selvaggia dove sarebbe sorta l’Abbazia di San Gallo.  Da qui si irradiarono ben presto altre fondazioni benedettine che puntarono al cuore delle Alpi.  I benedettini prima, ed i cistercensi in seguito, furono determinanti nell’apertura della regione alpina verso il mondo circostante: dissodare terre, attrezzare strade, fondare ospizi per i pellegrini ed i mercanti… Intorno al XI secolo, Bernardo d’Aosta fondò una cappella l’omonimo ospizio sul culmine del “Mons Jovis”.  Il Gran San Bernardo divenne così il più elevato monastero delle Alpi.  Poco più tardi furono costruiti l’ospizio del Piccolo San Bernardo e quello di Settimo, nelle Alpi Retiche.   Al XIII risalgono gli ospizi sul colmo del Lungomagno, del San Gottardo e del Sempione.  “Anche le Alpi e i loro ghiacciai, anche le rocce condannate alle nevi eterne ci hanno permesso di dimenticare il loro antico orrore” (Pietro il Venerabile di Cluny, XI secolo).
 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

                                                                  Sentiero e passerella di pietra - Vallone di San Grato, Issime

 
Il fattore "clima"
 
A questa fortunata espansione sulle Alpi summe, contribuì in modo determinante un altro fattore.  Lo sviluppo e la crescita sociale ed economica sono spesso figli di grandi variazioni climatiche: se il capriccio di una stagione poteva significare la rovina di un paese, le grandi glaciazioni o il perdurare di un lungo periodo di caldo potevano frenare o accelerare lo sviluppo di un’intera civiltà.  La curiosità e l’ingegno che caratterizzano l’uomo sono stati l’arma vincente per l’evoluzione e la sopravvivenza della razza umana attraverso molte età della terra, tanto da permetterle di superare periodi difficili sviluppando e, a volte reinventando, il proprio bagaglio tecnologico e sociale.
Il clima rigido che caratterizzò i secoli compresi tra il IV il VIII impedì un qualsiasi stanziamento in terre inospitali e pericolose quali ad esempio gli alti pascoli.  Dal IX vi fu una sostanziale inversione di tendenza: la temperatura media si alzò, i ghiacciai regredirono lasciando scoperti ampie gole verdeggianti e valichi traversabili anche “a pied sec”, percorribili pure con armenti e grandi carichi; il limite dei boschi si innalzò e le stagioni divennero più favorevoli per la coltivazione dei campi e la cura dei prati. 
Dal XV i ghiacciai ritornarono a farsi minacciosi:  in poco tempo cancellarono pascoli, interruppero le comunicazioni e le attività commerciali attraverso i valichi, lambirono le più alte colonie provocandone a volte l’abbandono.  Ma questa è un’altra storia di cui ci occuperemo più avanti.

giovedì 16 maggio 2013

Fratelli Cristiani per l'unità nella Fede, in difesa dei perseguitati.

 
 
 
 
 
 
A Milano, in occasione dell'anniversario dell'Editto dell'Imperatore Costantino sulla libertà religiosa, si sono svolti due storici incontri ecumenici, fondamentali per il futuro della Cristianità, fra il Cardinale Angelo Scola, Arcivescovo Ambrosiano di Milano,  ed i capi delle Chiese Greco-Ortodossa e Copta-Egiziana, Bartolomeo I e Tawadros II, rispettivamente Patriarchi di Costantinopoli e Alessandria. Vi è stata una grande partecipazione popolare di fedeli cattolici milanesi ma anche di immigrati extracomunitari ortodossi e copti che, insieme, hanno pregato per l'unità dei cristiani.
 
Il Nob.Cav.Dott. Roberto Jonghi Lavarini, in rappresentanza del movimento internazionale "Fratelli Cristiani" (nato per sostenere attivamente, le popolazioni cristiane perseguitate nel mondo), dopo aver partecipato ad entrambi gli incontri ha dichiarato: "Sono state giornate emozionanti ed indimenticabili sia per l'intensa spiritualità costantiniana che per il grande carisma dei due Patriarchi Orientali. Dobbiamo, non solo pregare, ma anche impegnarci ad ogni livello, per ritrovare l'unità della cristianità universale, per favorire l'integrazione degli immigrati cristiani e per sostenere (politicamente, economicamente e, dove necessario, anche militarmente) i nostri fratelli cristiani vittime, di umiliazioni e violenze, in tutto il mondo. In particolare penso, ora, ai cristiani siriani, naturalmente fedeli al regime laico nazional-socialista di Assad, che vengono sistematicamente uccisi dai  terroristi islamici sunniti wahabiti, sostenuti dai sionisti e dagli americani che, come in Iraq,e Libia, pensano solo ai loro interessi economici e geopolitici.
 
 
Sua Santità Tawadros II,
Patriarca di Alessandria d'Egitto,
Papa della Chiesa Copta Ortodossa
 
 
 
Sua Santità Bartolomeo I
Patriarca Ecumenico di Costantinopoli
Capo della Chiesa Greco Ortodossa
 

martedì 14 maggio 2013

Matrimonio di Guido Puccinelli a Londra.

Il patrizio toscano Ing. Guido Puccinelli e la lady inglese Tamara Longbottom si sono sposati, domenica scorsa, nella “Holy Trinity Church” di Londra, chiesa gotica protestante dell’elegantissimo quartiere  di Chelsea, con rito anglo-cattolico, concelebrato dal locale Pastore e da un Vescovo della Chiesa d’Inghilterra, con la “dispensa” del Cardinale Arcivescovo di Milano. Il sontuoso ricevimento si è poi tenuto presso la “Spencer House”, storica residenza nobiliare, in puro stile vittoriano e con magnifica vista su Hyde Park, di proprietà dei Conti Spencer (la famiglia di Lady Diana). Il ricco ed elegantissimo banchetto ha visto alternarsi piatti tradizionali della cucina anglosassone e prodotti tipici italiani (vino, olio e formaggi) prodotti nelle terre toscane dei Puccinelli. Al lieto evento, religioso ma anche mondano, hanno partecipato esponenti della aristocrazia, della politica, della finanza e della imprenditoria, provenienti da tutta Europa, fra questi: due autorevoli membri della Camera dei Lords, un Maharaja indiano, un Duca spagnolo (imparentato con la famiglia reale dei Borbone), i principi romani Colonna ed i baroni walser Jonghi Lavarini von Urnavas, diversi esponenti del Partito Conservatore (fra i quali due deputati ed un ex ministro), dirigenti internazionali di Finmeccanica e del gruppo Pirelli. Agli sposi sono giunti gli auguri di Sua Altezza Reale il Principe Vittorio Emanuele di Savoia ed anche quelli dell’ex ministro italiano della difesa, On. Ignazio La Russa.